Non m’è però nuovo, che… poco curandosi di simili gemme le sogliono… mettere a rinfuso nella fabrica d’un muro

Angelico Aprosio“il Ventimiglia” secondo G. Rossi (lettera a T. Mommsen) fu il primo esploratore per quanto estemporaneo dati i tempi ed i mezzi dei reperti romani del centro demico principale a Nervia del municipio imperiale romano di Albintimilium di cui individuò la topografia sommaria contro il parere dei più: segnali di non poco conto suggeriscono che dalle escursioni che fin da giovanissimo condusse nell’area di Nervia di Ventimiglia (IM) che copriva i resti della citta – al punto di ideare la stesura di un’ opera non competamente perduta vale a dire Le Antichità di Ventimiglia –  egli verosimilmente recuperò assai più di quanto pur ammise in un’opera pubblicata quando aveva in gran parte abbandonate certe investigazioni [investigazioni su cui però sappiamo meno di quanto probabilmente avvenne. Certo, ogni volta che il dotto frate veniva a sapere del rinvenimento casuale di oggetti dissepolti e inspiegabili dovette muoversi nella speranza di qualche signficativo ritrovamento ma molto non si può dire avendo un segnale plausibile solo in merito alla località, frazione di Ventimiglia, di Latte o meglio, come all’epoca si diceva, della Villeggiatura di Latte su cui redasse una breve sarcina narrativa in relazione ad un oggetto dissepolto e verosimilmente d’epoca romana.

Di tutto questo lavorio aprosiano in merito alla realizzazione di una raccolta di anticaglie a fianco della “Libraria” qualche cosa anche si evince da vari segnali di natura legale in effetti assai poco studiati calcolando anche che a differenza di molti non avrebbe mai avuta la possibilità – già tanto spendendo per i libri – di impegnarsi sul già oneroso mercato antiquario.

La giovanile passione aprosiana per la classicità, e specificatamente per il nascente antiquariato e la crescente sua affermazione, verosimilmente prende sì il via dalle investigazioni sul sito della prebenda di Nervia a contemplare i reperti romani evidenziati dalle esondazioni del torrente Nervia, ma poi cresce im maniera esponenziale, come dal frate stesso, oramai adulto ed in pieno agone culturale e letterario, più o meno chiaramente espresso in forza anche dei suoi spostamente, dalla Toscana alla Repubblica di Venezia, e dei contatti con altri e più esperti ricercatori e catalogatori di anticaglie.

Comunque si fa presto un’ottima reputazione sì che durante il gratificante soggiorno veneziano (vedi), soprattutto, la passione antiquaria interagisce con la fama di bibliofilo quale altro costante connotatore del frate di Ventimiglia (del resto la sua raccolta libraria e di oggetti rari era detta tanto “Biblioteca Aprosiana” quanto “Museo Aprosiano”) ed evidenziata, fra tanti altri eruditi, sia nel giudizio del sopra citato Tomasini quanto in quello del danese Thomas Bartholin che in un’opera oramai rarissima e qui digitalizzata scrive a riguardo di una “moneta” effigiante Didone costituente un unicum esser custodita nella Raccolta numismatica di Aprosio che vien definito (trad. dal lat.) …espertissimo sia in materie sacre quanto in discipline profane].
Le gratificazioni di intellettuali ed eruditi di tanta caratura portano vieppiù “il Ventimiglia” a fortificarsi e perseverare in siffatta forma di cultura, anche quando passa apertamente e prevalentemente al polemismo letterario sulla scorta delle dispute sull’Adone– “querelle” Marino – Sigliani e poi al Polemismo moralista -specie, ma non solo, misogino- quasi contestualmente nell’ambito del libertinismo dell’Accademismo degli Incogniti di Venezia

Nello specifico Aprosio fu dedito sia ad esaltare come sopra già si è detto la maggiore sensibilità germanica sul tema di antiquariato, epigrafia classica, custodia dei beni culturali oltre che la superiorità degli investigatori tedeschi che nel contempo a muovere severe critiche avverso i frati, in Liguria come in tutta Italia, per la scarsa o nulla sensibilità in merito alla conservazione dei beni culturali e dei reperti romani. 


Non m’è però nuovo, che li FF. [Frati] quasi tanti Galli di Esopo, poco curandosi di simili gemme [allude soprattutto alle epigrafi latine] le sogliono, come si fa d’ogn’altra più rozza pietra, mettere a rinfuso nella fabrica d’un muro scrisse ad un certo punto l’Aprosio…

Pur non disponendo di grandi risorse Aprosio era pur sempre un erudito accreditato, un religoso e non mancava di conoscenze (basti pensare ai suoi rapporti con il Museo milanese di Manfredo Settala frequentato, ammirato e studiato grazie all’amicizia personale con Carlo Settala, fratello di Manfredo, e vescovo di Tortona) da cui poteva esser favorito di qualche omaggio antiquario: e poi “il Ventimiglia” viaggiava tanto e non evitata di frequentare la gente umile, quella che trovava reperti che non comprendeva e che sottoponeva alla sua esperta attenzione: come non pensare che nelle tante frequentazioni con persone umili,comuni ed inseperte che gli sottoponevano oggetti rinvenuti e temuti come stranezze e diavolerie attesa la sua passione, senza ambizioni di lucro ma per ambizione di sapere e vedere il bello dell’antico, si sia tenuto per la propria raccolta quanto gli altri avrebbero cacciato o distrutto e così, per divagazione erudita, vien da pensare a quel suo viaggio, tra agricoltori e buone donne, lungo la via del Piave od ancora a quella sua spedizione in terra straniera -ad Eben nel Nord Tirolo- tra gente semplicissima, che però trovava e mostrava e donava senza nulla chiedere i reperti di un mondo antico che ignorava e i cui resti altrimenti avrebbe disperso ( già assodato che non sarebbe facile orientarsi tra gli antiquari e/o gli eredi e gli amici degli stessi con cui Aprosio ebbe contatti a titolo puramente casuale e quantomeno cronologico un nome sovviene ed è quello del cognato di Arcangela Tarabotti l’avvocato di Bergamo Jacopo Pighetti (vedi fine pag. 168) e quindi vedi pagina 170 che non solo parteggiò per il frate ventimigliese nel contesto della polemica con la suora veneziana ma che, per quanto economicamente dissennato e spesso indebitato, amava raccogliere antichità romane -lucerne specificatamente- che anche sottopose come qui si legge e vede al giudizio di Fortunio Liceti nel caso di una lucerna di soggetto non erotico ma osceno o tragico a seconda dei punti di vista effigiante -a parere condivisibile dell’esperto antiquario- la pena del rafanismo a scapito di un adultero.

Data la ritrosia aprosiana a denunciare al Liceti la provenienza della “Lucerna di Vulcano” potrebbe anche essere che sia stato il Pighetti o per quietare l’Aprosio già incaricato nel 1644 di riscuotere il denaro di debiti da lui fatti o per compensare il frate ventimigliese di qualche aiuto economico, magari sotto forma di avallo e o garanzia, colui che gli avesse ceduto l’oggetto antico e raro, motivo ed azione, in effetti, di cui un religioso non poteva vantarsi: ma come detto queste sono ipotesi elaborate entro un contesto estremamente difficile da inquadrare e quindi destinate a rimanere mere supposizioni senza fondamento documentario e pure stravaganze erudite o se vogliamo curiose ipotesi…

 

da Cultura-Barocca

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Informazioni su adrianomaini

Pensionato. Fotoamatore. Animatore di Cultura-Barocca (www.cultura-barocca.com).
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