Le sepolture degli antichi Romani secondo un autore del Seicento

Gli antichi Romani [scrive … Floriano Dulfi (Dolfi) pur destreggiandosi tra molte incertezze ed una bibliografia non sempre esatta] nel seppellire i loro defunti si servivano di modalità su cui ci rende edotti Plinio (lib. 11, cap. 37), il quale riporta che giammai a Roma si è proceduto ad ardere i cadaveri direttamente sulle pire di fuoco.
In un primo momento erano sepolti, ma quando in seguito videro che i morti i quali erano stati sepolti, in periodi di guerra, per mero gusto di profanazione, venivano riportati alla luce quasi sradicandoli dai sepolcri, essi presero l’abitudine di bruciarne i resti.
In tale pratica non si seguiva un’identica costumanza: si racconta per esempio che nel contesto della famiglia Cornelia nessun individuo sia mai stato dato alle fiamme del rogo funebre prima del Dittatore Silla, che, personalmente, lasciò scritto che così si procedesse al suo rito funebre avendo paura che nei confronti del suo corpo venisse fatto ciò che lui stesso aveva procurato ai miseri resti del rivale Mario.
Il corpo del re Numa Pompilio venne invece inumato in un Cenotafio, chiuso per via di una lapide, che, molto tempo dopo sul Gianicolo, Gneo Tarentio fece estrarre dal terreno essendo passati quattrocento anni dalla morte di quello: il Colle del Gianicolo a causa di piogge incessanti e violente era infatti stato quasi aperto da una grande fenditura.
Plinio e Plutarco, quest’ultimo in problematis, asseriscono che siffatta consuetudine fu sempre rispettata dagli antichi Romani sino al tempo degli Imperatori Antonini, quando nessuno più si prese cura che i corpi non venissero inceneriti ma semplicemente sepolti.
Si faceva inoltre notare dagli autori antichi che tra i Romani, quando qualcuno si ammalava gravemente e alla fine si trovava sul punto di morire, i parenti più stretti aspiravano colla propria bocca il suo estremo alito di vita. Inoltre gli chiudevano gli occhi, cosa che oggi come oggi si sostiene fosse proibita, soprattutto ai figli secondo i dettami della legge Maevia. Come almeno sostengono Varo e Marcello quando appunto scrivono che essi non debbono chiudere gli occhi ai loro padri quando emettono l’estremo alito di vita…
Comunque sia, una volta spirati, i Vespillones, cioè i becchini dei poveri e i lavatori dei cadaveri, procedevano all’ultimo bagno dei corpi e li ricoprivano di unguenti.
Se si voleva procedere al rito dell’incinerazione conducevano un cenotafio fatto di legno o di altro materiale atteso che gli ottimati, i plebei, i nobili e le persone di modestissimo rango certamente non si avvalevano delle identiche usanze.
Quindi nel condurre il corpo del defunto, lavato ed unto, al cenotafio, come ancora ci rammenta Plutarco in problematis, ricoprivano questo di vesti candide che cospargevano di grassi profumati e di altre essenze.
Facevano i riti funebri con un’uso considerevole di vari apparati ed i figli, a capo nudo, dovevano seguire il padre: cosa che peraltro tuttoggi si rispetta in diverse parti del mondo conosciuto come si è potuto verificare in occasione dei funerali del supremo imperatore Carlo V, quindi di suo nipote, figlio del re Filippo II sovrano di tutte le Spagne ed ancora a riguardo di altri esimi personaggi che, con solenni apparati funebri, furono accompagnati sin al loro sepolcro.
Alle cerimonie funebri dei Romani partecipavano anche le figlie che procedevano con le chiome sparse: era una consuetudine di cui ha scritto Plutarco in problemate incipiente, quid est quod filij, atque in alio problemate inchoante, quid est, quod in luctu, apta est ad fletum excitandum.
Sulle ragioni dell’introduzione di simili cerimonie hanno poi discusso Asinio ed altri autori …
I Romani avevano poi la consuetudine di tagliare un dito al defunto e seppellivano quello per finalizzare il rito. A tal punto i becchini, che avevano prima lavato ed unto il cadavere e che successivamente lo avevano condotto sino al cenotafio, lo ponevano a terra.
A questo punto il consanguineo più stretto o in alternativa il migliore amico dell’estinto prendeva dal rogo una fiamma ed accendeva il fuoco destinato all’incinerazione.
Peraltro, a riguardo dei più anziani, era consueto suonare le trombe, mentre solitamente il rituale era accompagnato dalla musica dei flauti come almeno si apprende da Macrobio (in Somnis Scipionis lib2, cap.3) il quale sostiene che gli antichi in particolare erano convinti che le anime, ormai libere dal vincolo terreno del corpo, di nuovo si elevassero verso il cielo, donde giunsero, seguendo la melodia della musica.

da Cultura-Barocca

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Pensionato. Fotoamatore. Animatore di Cultura-Barocca (www.cultura-barocca.com).
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