Ginipedia, un libro criticato da Cristina di Svezia

 

 

Un libro, sorta di galateo delle donne, nobili in particolare, che suscitò le critiche di Cristina di Svezia e di altre letterate cioè la, fortunata specie fra i conservatori, Ginipedia overo Avvertimenti per Donna Nobile

Nel contesto della trattazione sono qui leggibili di seguito questi capitoli (evidenziati dlla loro titolatura in carattere rosso) digitalizzati (con integrazioni critiche, tra parentesi quadre e caratteri a colori diversi dal rosso, ad opera di Cultura-Barocca dell’opera di Vincenzo Nolfi di cui sopra si vede il ritratto.

[Vincenzo Nolfi da Fano (1594-1665) fu autore del poema agiografico “La Santa Casa di Loreto”, della tragedia “Romilda” e del dramma per musica “Bellerofonte” (ben conosciuto da Aprosio come qui si vede ed utilizzato entro lo Scudo di Rinaldo, parte I, opera certo misogina ma con intenti predicatori oltre che satirici in merito al comportamento delle donne), della fortunata “Ginipedia overo avvertimenti per donna nobile” (qui leggibile integralmente digitalizzata anche per le postazioni misogine e le critiche patite da certe erudite) che ebbe ben tre edizioni.]

Donne che si espressero contro le convenzioni senza “Maschera” = Suor Arcangela Tarabotti, Suor Suor Juana Inés de la Cruz -in italiano “Suor Giovanna della Croce” e Maria Cristina Regina di Svezia (vedi qui testo ed edizione critica delle loro opere: edite e inedite)

Maria Cristina di Svezia era ideologicamente ma soprattutto caratterialmente contraria al dimensionamento e alla subordinazione della donna al pari per esempio, seppur con forme e modalità diverse, di Suor Arcangela Tarabotti e Suor Suor Juana Inés de la Cruz (in italiano “Suor Giovanna della Croce”) e se si vuole risultava in opposizione a donne più legate al conformismo epocale come per esempio la letterata alessandrina Isabella Sori (e del resto questa distinta postazione intellettuale sulla formazione ed educazione della Donna e in particolare della Damigella di buona famiglia si sarebbe proposta nel XVIII con toni diversi ed in opere distinte e tra loro polemiche come qui si vede).
Maria Cristina di Svezia era conseguentemente contraria alle postulazioni che si proponevano entro alcuni prodotti letterari connessi all’educazione e alla formazione femminile compresa questa sorta di “Galateo Femminile” che è la  Ginipedia overo Avvertimenti per Donna Nobile

Di cui – dopo la Dedicatoria, quindi la Presentazione dello Stampatore e finalmente il “Proemio dell’Autore” importante per comprendere l’essenza vera dell’opera rivolta alla moglie istruita come tante fanciulle di buona famiglia in Convento – si possono qui leggere anche le Parti o Capitoli in cui risulta divisa.
L’autore, prima di concludere la sua pubblicazione, stende un Ultimo avvertimento alla Dame in merito all’esser conformiste e sempre comportarsi in maniera impeccabile ed altresì poco innanzi d’ aver steso un suo abbastanza banale elenco di “Donne Illustri” si era metodologicamente fatto carico di analizzare e suggerire diversi possibili comportamenti delle Dame, sempre ispirati a moderazione e buon senso in merito a vari aspetti dall’abbigliamento, alla cosmesi, alla vita di relazione.

Spiccano poi però particolarmente nel corso della vasta trattazione i numerosi capitoli finali dedicati alla Donna Nobile Sposata quale punto essenziale ma sempre subordinato al Marito entro l’elemento nucleare quanto basilare della società: vale a dire la Famiglia.
Ed in merito a questo si leggano qui i digitalizzati capitoli:
– Capitolo 22 – Delle Nozze [con a fondo pagina un’importante aggiunta critica sulla letteratura antidonnesca e in dettaglio sui problemi connessi al “Matrimonio” e “A qual Donna sposare” = l’autore, che cerca di scrivere non urtando alcuna postazione ideologica o suscettibilità e che quindi evita programmaticamente i temi aspri, pur raccomandando più volte alle lettrici di tenere un comportamento irreprensibile mai parla di adulterio = sostanzialmente si astiene, da moderato qual è, da uno dei temi più dibattuti dell’epoca in campo morale tanto che l’erudito intemelio A. Aprosio scrisse in pratica questa sua “Storia dell’Adulterio” – pariteticamente V. Nolfi nemmeno affronta altri temi delicati come per esempio = lo stupro o violenza carnale storica, spesso incompresa e sempre discussa offesa alla dignità femminile ma che gli comporterebbe l’obbligo di assumere una qualche postazione ideologica atteso che nel Diritto Intermedio, peraltro, anche in occasione di testimonianze le Donne, già tra loro moralmente e socio-economicamente distinte (donna nobile, donna onesta, donna umile, donna di discussa reputazione ecc.) hanno dei ben precisi limiti prefissati alla loro facoltà di testimoniare]

– Capitolo 23 – Della favola d’Himeneo [racconto mitologico con divagazioni storico – didattiche]
– Capitolo 24 – Seconda Parte della favola d’Himeneo[racconto mitologico con divagazioni storico – didattiche]
– Capitolo 25 – Terza Parte della favola d’Himeneo[racconto mitologico con divagazioni storico – didattiche]
– Capitolo 26 – Quarta Parte della favola d’Himeneo[racconto mitologico con divagazioni storico – didattiche]
– Capitolo 27 – Quinta Parte della favola d’Himeneo [racconto mitologico con divagazioni storico – didattiche]
– Capitolo 28 – Del visitare, e corteggiar spose [nello scrivere seicentesco del Nolfi si può fraintendere: egli qui allude – a prolusione dei capitoli che seguiranno (concernenti il modo di partecipare ai diletti consentiti) – a ciò che una Sposa e specialmente una Sposa Nobile può e/o deve fare sempre attenta a non diventare oggetto di sospetti sin a perdere la dignità ]
– Capitolo 29 – Della Bellezza [I due tipi di bellezza: la “bellezza spirituale” e la “bellezza fisica” necessità della simmetria fra le parti = il caso della fronte – le caratteristiche del naso – la terza parte del volto = la bocca e il mento – le orecchie (fine pagina) – le tempie – gli occhi (fine pagina) – il collo – il corpo e le braccia (fine pagina) – i piedi e le gambe – i lineamenti ed il colorito (centro pagina) – i capelli ed il loro colore = i “capelli d’oro” – i “capelli biondi” – i capelli rossi ed i capelli neri – le ciglia (centro pagina)]
– Capitolo 30 – Degli Occhi (“Della Bellezza degli Occhi”) [Scrive il Nolfi in fine di capitolo = Concludo , che gli occhi, ò negri, ò cerulei, ch’essi siano, sono il Teatro ove spiega le sue pompe la bellezza di tutto il corpo]
– Capitolo 31 – Del colore di altre parti del corpo concernenti alla bellezza [il colore delle labbra – le guancie e il collo – la presenza di un “neo (nevo)” sul volto – presenza di nevi in altre parti del corpo = influenza sui ragionamenti del Nolfi della Metoscopia e della Fisiognomia – le caratteristiche che una mano deve avere – le caratteristiche delle unghie perfette – il pregio delle “fossette che si formano nel ridere e/o parlare” – l’importanza di aver un bel corpo ma grande e ben proporzionato e non piccolo o troppo minuto = v’è comunque da precisare che il Nolfi trattando dell’argomento non assume atteggiamenti di estremo antifemminismo per esempio in merito alle orecchie sul come “ornarle” con pendenti ed orecchini come usuale in certa letteratura epocale o se si vuole sulla più estesa arte della cosmesi mai esente da critiche da parte dei conservatori e su cui come qui si legge scrissero molti autori giocando, anche ferocemente, contro l'”arte del trucco intesa come arte dell’inganno” e vano, folle spediente di voler ingannare il tempo impietoso che passa: volendo proprio trovare una riprovazione del Nolfi egli la dedica solo alle unghie da non far crescere quasi sembrino artigli ma anche in questo caso non assume i toni esasperati dell’antifemminismo tradizionale come fa Aprosio in questo Capitolo dello Scudo di Rinaldo I in cui l'”Uso delle unghie lunghe” è concesso solo a Medici, Chirurghi, Comari ed Ostetriche menzionando del pari i circoncisori Ebrei e poi giudicato costume degli “Indi” sulla base di Apomisar ]
– Capitolo 32 –
Di alcuni Privilegi della bellezza
– Capitolo 33 – Diverse considerazioni sopra la bellezza
[Dall’inizio del capitolo il Nolfi dedica molte considerazioni ai pregi della bellezza ma la cita anche come bene fragile di cui non insuperbirsi in nome anche del giudizio corrente al suo tempo del tempo che tutto travolge e del “memento mori]…

da Cultura-Barocca

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Il bibliotecario di Richelieu e di Mazzarino

Fonte: Wikipedia

Gabriel Naudé, nato a Parigi nel 1600 e morto ad Abbeville, Piccardia, nel 1653, studiò medicina a Parigi e a Padova. Erudito, autore di moltissime opere,  in contatto con gli uomini politici del suo tempo, fu segretario dell’ambasciatore pontificio in Francia Guidi di Bagno.

Fu bibliotecario di Mazzarino (ancora prima di Richelieu). In questa veste scrisse “Norme per costituire una biblioteca” (Advis pour dresser une bibliothèque, 1627) e raccolse in dieci anni per Mazzarino un’immensa biblioteca detta, alla moda dell’epoca, dal suo mecenate MAZZARINA, che andò gravemente danneggiata durante la Fronda (1651) anche se poi venne restaurata e recuperata in gran parte al pubblico.

Fu poi al servizio di Cristina di Svezia.

Figura importante del libertinismo francese, inaugurò la critica razionalistica della magia.

Scrisse le “Considerazioni politiche sui colpi di stato” (1639).
Siamo nell’ambito di una tradizione di studi sulla politica di tipo machiavelliano. Naudé è uno scettico pirroniano, un “libertino”: nella sua precettistica, parla anche di casi particolari: la notte di San Bartolomeo per lui fu una dolorosa, ma giustificata operazione tesa al bene della Francia, ma fallì perché non tutti i protestanti furono sterminati come sarebbe stato opportuno.

La sua opera, accanto a quella di molti altri, servì soprattutto alle classi al potere, e in particolar modo ai reggitori degli Stati assolutistici del tempo.
Ma, nello stesso tempo, fu utile nel lungo processo che porta alla liberazione del pensiero dalla superstizione e dalla falsificazione del potere.

da Cultura-Barocca

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Non m’è però nuovo, che… poco curandosi di simili gemme le sogliono… mettere a rinfuso nella fabrica d’un muro

Angelico Aprosio“il Ventimiglia” secondo G. Rossi (lettera a T. Mommsen) fu il primo esploratore per quanto estemporaneo dati i tempi ed i mezzi dei reperti romani del centro demico principale a Nervia del municipio imperiale romano di Albintimilium di cui individuò la topografia sommaria contro il parere dei più: segnali di non poco conto suggeriscono che dalle escursioni che fin da giovanissimo condusse nell’area di Nervia di Ventimiglia (IM) che copriva i resti della citta – al punto di ideare la stesura di un’ opera non competamente perduta vale a dire Le Antichità di Ventimiglia –  egli verosimilmente recuperò assai più di quanto pur ammise in un’opera pubblicata quando aveva in gran parte abbandonate certe investigazioni [investigazioni su cui però sappiamo meno di quanto probabilmente avvenne. Certo, ogni volta che il dotto frate veniva a sapere del rinvenimento casuale di oggetti dissepolti e inspiegabili dovette muoversi nella speranza di qualche signficativo ritrovamento ma molto non si può dire avendo un segnale plausibile solo in merito alla località, frazione di Ventimiglia, di Latte o meglio, come all’epoca si diceva, della Villeggiatura di Latte su cui redasse una breve sarcina narrativa in relazione ad un oggetto dissepolto e verosimilmente d’epoca romana.

Di tutto questo lavorio aprosiano in merito alla realizzazione di una raccolta di anticaglie a fianco della “Libraria” qualche cosa anche si evince da vari segnali di natura legale in effetti assai poco studiati calcolando anche che a differenza di molti non avrebbe mai avuta la possibilità – già tanto spendendo per i libri – di impegnarsi sul già oneroso mercato antiquario.

La giovanile passione aprosiana per la classicità, e specificatamente per il nascente antiquariato e la crescente sua affermazione, verosimilmente prende sì il via dalle investigazioni sul sito della prebenda di Nervia a contemplare i reperti romani evidenziati dalle esondazioni del torrente Nervia, ma poi cresce im maniera esponenziale, come dal frate stesso, oramai adulto ed in pieno agone culturale e letterario, più o meno chiaramente espresso in forza anche dei suoi spostamente, dalla Toscana alla Repubblica di Venezia, e dei contatti con altri e più esperti ricercatori e catalogatori di anticaglie.

Comunque si fa presto un’ottima reputazione sì che durante il gratificante soggiorno veneziano (vedi), soprattutto, la passione antiquaria interagisce con la fama di bibliofilo quale altro costante connotatore del frate di Ventimiglia (del resto la sua raccolta libraria e di oggetti rari era detta tanto “Biblioteca Aprosiana” quanto “Museo Aprosiano”) ed evidenziata, fra tanti altri eruditi, sia nel giudizio del sopra citato Tomasini quanto in quello del danese Thomas Bartholin che in un’opera oramai rarissima e qui digitalizzata scrive a riguardo di una “moneta” effigiante Didone costituente un unicum esser custodita nella Raccolta numismatica di Aprosio che vien definito (trad. dal lat.) …espertissimo sia in materie sacre quanto in discipline profane].
Le gratificazioni di intellettuali ed eruditi di tanta caratura portano vieppiù “il Ventimiglia” a fortificarsi e perseverare in siffatta forma di cultura, anche quando passa apertamente e prevalentemente al polemismo letterario sulla scorta delle dispute sull’Adone– “querelle” Marino – Sigliani e poi al Polemismo moralista -specie, ma non solo, misogino- quasi contestualmente nell’ambito del libertinismo dell’Accademismo degli Incogniti di Venezia

Nello specifico Aprosio fu dedito sia ad esaltare come sopra già si è detto la maggiore sensibilità germanica sul tema di antiquariato, epigrafia classica, custodia dei beni culturali oltre che la superiorità degli investigatori tedeschi che nel contempo a muovere severe critiche avverso i frati, in Liguria come in tutta Italia, per la scarsa o nulla sensibilità in merito alla conservazione dei beni culturali e dei reperti romani. 


Non m’è però nuovo, che li FF. [Frati] quasi tanti Galli di Esopo, poco curandosi di simili gemme [allude soprattutto alle epigrafi latine] le sogliono, come si fa d’ogn’altra più rozza pietra, mettere a rinfuso nella fabrica d’un muro scrisse ad un certo punto l’Aprosio…

Pur non disponendo di grandi risorse Aprosio era pur sempre un erudito accreditato, un religoso e non mancava di conoscenze (basti pensare ai suoi rapporti con il Museo milanese di Manfredo Settala frequentato, ammirato e studiato grazie all’amicizia personale con Carlo Settala, fratello di Manfredo, e vescovo di Tortona) da cui poteva esser favorito di qualche omaggio antiquario: e poi “il Ventimiglia” viaggiava tanto e non evitata di frequentare la gente umile, quella che trovava reperti che non comprendeva e che sottoponeva alla sua esperta attenzione: come non pensare che nelle tante frequentazioni con persone umili,comuni ed inseperte che gli sottoponevano oggetti rinvenuti e temuti come stranezze e diavolerie attesa la sua passione, senza ambizioni di lucro ma per ambizione di sapere e vedere il bello dell’antico, si sia tenuto per la propria raccolta quanto gli altri avrebbero cacciato o distrutto e così, per divagazione erudita, vien da pensare a quel suo viaggio, tra agricoltori e buone donne, lungo la via del Piave od ancora a quella sua spedizione in terra straniera -ad Eben nel Nord Tirolo- tra gente semplicissima, che però trovava e mostrava e donava senza nulla chiedere i reperti di un mondo antico che ignorava e i cui resti altrimenti avrebbe disperso ( già assodato che non sarebbe facile orientarsi tra gli antiquari e/o gli eredi e gli amici degli stessi con cui Aprosio ebbe contatti a titolo puramente casuale e quantomeno cronologico un nome sovviene ed è quello del cognato di Arcangela Tarabotti l’avvocato di Bergamo Jacopo Pighetti (vedi fine pag. 168) e quindi vedi pagina 170 che non solo parteggiò per il frate ventimigliese nel contesto della polemica con la suora veneziana ma che, per quanto economicamente dissennato e spesso indebitato, amava raccogliere antichità romane -lucerne specificatamente- che anche sottopose come qui si legge e vede al giudizio di Fortunio Liceti nel caso di una lucerna di soggetto non erotico ma osceno o tragico a seconda dei punti di vista effigiante -a parere condivisibile dell’esperto antiquario- la pena del rafanismo a scapito di un adultero.

Data la ritrosia aprosiana a denunciare al Liceti la provenienza della “Lucerna di Vulcano” potrebbe anche essere che sia stato il Pighetti o per quietare l’Aprosio già incaricato nel 1644 di riscuotere il denaro di debiti da lui fatti o per compensare il frate ventimigliese di qualche aiuto economico, magari sotto forma di avallo e o garanzia, colui che gli avesse ceduto l’oggetto antico e raro, motivo ed azione, in effetti, di cui un religioso non poteva vantarsi: ma come detto queste sono ipotesi elaborate entro un contesto estremamente difficile da inquadrare e quindi destinate a rimanere mere supposizioni senza fondamento documentario e pure stravaganze erudite o se vogliamo curiose ipotesi…

 

da Cultura-Barocca

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Giovan Battista Marino

Frans Pourbus il Giovane, Ritratto di Giovanni Battista Marino, c. 1621 (Detroit Institute of Arts)
Fonte: Wikipedia

Giovan Battista Marino (Napoli 1659-ivi 1625), a lungo ritenuto massimo lirico del ‘600, fu poeta girovago, dai molti soggiorni presso corti spesso prestigiose. Resta celebre il caso dei difficili soggiorni presso quella sabauda dove era amato per il genio poetico e temuto per la lingua mordace. Giunse qui ad autentici scontri con Gaspare Murtola, segretario del duca di Savoia Carlo Emanuele I, ma anche poeta colla sua Creazione del mondo. Le simpatie del duca, alcuni giudizi invero pesanti sul poema del Murtola, la stesura d’una presa in giro letteraria di quest’ultimo (le “fischiate” della Murtoleide) scatenarono gelosie ed odio del segretario-poeta che, non soddisfatto delle “risate” della sua Marineide, tentò d’uccidere il rivale in un agguato.

Dopo un soggiorno a Ravenna, Marino rientrò al servizio del duca di Savoia ma, questa volta, i guai gli derivarono dallo stesso Signore forse per la sua condotta troppo disinvolta a corte, sì che finì in carcere donde potè uscire grazie all’intercessione di potenti amici tra cui il cardinale F. Gonzaga: non lasciò però il ducato, continuando il suo “lavoro” di poeta cortigiano, ma se ne staccò, per libera scelta e col consenso ducale, nel 1615 per andare alla corte di Parigi ove era stato chiamato dalla regina madre (di Luigi XIII) sua ammiratrice e mecenate che gli concesse un proficuo periodo di produttività artistica.

Godette sempre di grandissima fama e di numerosissimi “Fautori” risultando un vero e proprio caso letterario (tanto da suscitare annose e violente polemiche cui non mancò di partecipare Aprosio per quanto dispiaciuto dall’esser nato troppo tardi onde conoscere di persona il Marino) per la rivoluzione estetica (la poesia che – per contenuti ed iridescenze espressive garantite da un uso sapiente del gioco metaforico – suscita la meraviglia e fa inarcar le ciglia dello stupefatto lettore) ed anche contenutistica (l’uomo – Adone – passivo di fronte ad una femmina dominante – Venere – che è dea sì ma soprattutto donna nuova, “dea-regina” per sensualità e lascivia) del suo smisurato e controverso poema Adone.

Comunque tutta la sua produzione (come la sua influenza sulla cultura contemporanea) fu enorme: non si dimentichino – tra tante opere – La Lira (Venezia, per il Ciotti, 1614), le Dicerie Sacre (Torino, per il Pizzamiglio, 1614), La Sampogna (Parigi, per il Pacardo, 1620), La Galeria (Ciotti, Venezia, 1619 ediz. scorrettissima di cui l’autore pretese e ottenne una ristampa nel 1620), il poema religioso La strage degli innocenti che, per quanto concepito sin dai primi anni del ‘600, fu editato solo dopo la morte del Marino con partizioni diverse a seconda delle scelte di tipografi e stampatori.

da Cultura-Barocca

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Il silenzio di Aprosio sulla contemporanea guerra dei Trent’Anni

Pieter Snayers (Anversa, 1592 – Bruxelles, 1666/1667), La battaglia della Montagna Bianca
Fonte: Wikipedia

Stupisce che Angelico Aprosio, attento ad ogni evento, non abbia mai parlato della terribile guerra dei TRENTA ANNI che andava insaguinando l’Europa ed anche le contrade che stava in quest’epoca visitando.

Il frate intemelio in effetti ne la sua Biblioteca Aprosiana parla di tempi di turbolenza ma non specifica altro, anzi trattando della sua città e quindi della frontiera occidentale ligustica, dà puttosto l’impressione di riferirsi al quasi perenne stato di conflitto tra la Repubblica di Genova e il Ducato Sabaudo, cosa peraltro logica, non potendo esser rimasto sordo l’agostiniano agli eventi guerreschi del 1672, proprio di pochissimo precedenti la stampa del repertorio bibliografico.

Questo suo atteggiamento apatista, in particolare per un personaggio curiosissimo e che ha operato in un’area strategica importante, tra Venezia ed i territori dell’Impero impegnato nella sanguinosa guerra dei Trent’anni, sorprende non poco davvero: per esempio, pur avendo soggiornato a lungo in Venezia ed aver operato nel contesto sempre incandescente del territorio dalmatico.

E del resto data anche la morale controriformista cui sostanzialmente si ispira il frate intemelio ancora stupisce che nulla dica a proposito delle varie fasi di un conflitto che contrappone riformati e cattolici. 

APROSIO, sfidandone anche gli impegni connessi ad un’epoca di turbolenze connessa alla Guerra dei Trent’anni (ma anche ai problemi interni della Francia con la rivoluzione della Fronda) conobbe molti personaggi di rilievo.

In particolare venne contattato dal potentissimo CARDINALE GIULIO MAZZARINO, primo ministro e poi in pratica reggente assoluto di Francia…

da Cultura-Barocca

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Sull’autore de Il mondo nuovo

Tommaso Stigliani (Matera 1573 – Roma 1651), di nobile famiglia, si recò presto a Napoli, conoscendovi certo il Marino e forse anche T. Tasso. Ancora giovane editò il Polifemo (Milano, per il Ciotti, 1600), un poemetto pastorale, ed appena un anno dopo (sempre per lo stesso stampatore ma nella tipografia di Venezia) la raccolta poetica Delle rime.

Fonte: Wikipedia

Per breve tempo cortigiano di Carlo Emanuele I di Savoia, Stigliani si sistemò quindi (1603) presso Ranuccio Farnese duca di Parma come gentiluomo di corte e segretario.

Fece allora pubblicare il suo Canzoniere (ancora a Venezia, per il Ciotti, 1606), raccolta che, per alcuni Indovinelli erotici ma secondo Tommaso soprattutto per colpa del Davila (che sfidò a duello rimanendone però ferito) fu messa all’Indice dei libri proibiti”.
Riparato a Napoli lo Stigliani potè rientrare a Parma solo per intercessione del cardinale Cinzio Aldobrandini: di nuovo al sicuro ed eletto principe dell’Accademia degli Innominati si diede alla stesura dei primi 20 canti del suo poema Il mondo nuovo (Piacenza, per il Bazachi, 1617), un poema che, sulla scorta d’una tradizione letteraria coeva, andava celebrando tanto l’impresa di Colombo quanto la conquista delle nuove terre transoceaniche.

Nel poema si lasciò andare ad alcune allusioni pesantemente critiche contro l’allora trionfante G.B. Marino, sì che finì per accendersi contro l’ira dei suoi tanti partigiani ascritti all’Accademia degli Invidiosi.

Per inciso, in riferimento al suo non disprezzabile poema, si potrebbe aggiungere che non si può far a meno di notare quanto per gli intellettuali italiani e, seppur in minor misura europei, il Mondo Nuovo scoperto da Colombo e poi saccheggiato dai conquistatori (era già trascorso oltre un secolo e non mancavano le prime ampie relazioni scritte) fosse ancora sostanzialmente un luogo estraneo, ancora ben arginato dalle Colonne d’Ercole, un sito retorico, metastorico, su cui indulgere in celebrazioni epiche ma senza alcun discernimento critico: proprio mentre quelle terre ormai insanguinate, con la folle carneficina degli Amerindi, se veramente fosse esistito un autentico genio poetico, avrebbero facilmente offerto argomenti poetica e non solo polemica o morale come qualche coraggioso pur fece: vera tristezza della pedanteria umana sublimata dall’ossequiosità formale del peggior barocco, del tutto nemmeno oggi obliato!

Stigliani fuggì poi da Parma nel 1621 e prese dimora a Roma, ove, sotto la protezione di Virginio Cesarini, riuscì nell’intento d’entrare al servigio prima del cardinale Scipione Borghese e quindi di Pompeo Colonna.

La sua attività letteraria crebbe di intensità: curò (a Roma, per il Mascardi, 1623) l’edizione del Saggiatore, fece quindi stampare una nuova edizione del Canzoniere che, privata dei carmi “osceni”, superò l’investigazione del Santo Ufficio (Roma, Manelfi, 1623) e poi ancora editò l’opera critica Dell’occhiale (Venezia, per il Carampello, 1627), che da un lato lo rese celebre, ma dall’altro gli suscitò addirittura l’odio dei più fanatici seguaci del Marino contro il quale mosse severe osservazioni in nome di un più controllato modo di poetare, per cui l’esperienza barocca, rifuggendo dagli sperimentalismi più estremi, si inquadrasse entro gli schematismi della tradizione tardorinascimentale e della grande esperienza tassesca.

A conclusione di questa fervida attività realizzò l’edizione definitiva del Mondo Nuovo per il Manelfi, a Roma, nel 1651. Il rimario Arte del verso italiano, opera cui si dedicò con grande cura, vide al contrario, la luce dopo la sua morte nel 1658.

da Cultura-Barocca

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La Visiera Alzata

La Visiera Alzata è un catalogo in ordine alfabetico per “nomi disvelati” degli pseudonimi utilizzati da vari autori, ad altri critici e bibliofili sfuggiti, onde segretamente redigere opere di varia natura: si rivela un utile contributo per spiegare gli autori con pseudonimi (a volte di buon livello) d’opere altrimenti di non chiara decifrazione.

Fu lungo lavoro quello d’Aprosio (condotto prima che in quest’opera per via di lettere, relazioni, parziali scritti su altre sue opere) al fine di indagare tra pseudonimi ed autori di plagi, lavoro che peraltro non mancò di procurargli apprezzamenti ma anche stizzite rimostranze.

L’operetta non fu pubblicata dall’Aprosio, ma uscì postuma solo grazie all’intervento di Antonio Magliabechi e di D.A. Gandolfo (successore di Aprosio alla direzione della Biblioteca di Ventimiglia), che la editarono con qualche utile aggiustamento: ad essa, rispettando la titolatura data a queste sue opere nei manoscritti da Aprosio, fu fatta seguire nello stesso volume dall’omologa Pentecoste (Pentecoste di altri scrittori che andando in maschera fuor del tempo di Carnevale son scoperti da Gio.Pietro Giacomo Villani senese, accademico Ansioso e Infecondo…)

APROSIO aveva scoperta, od approfondita, con l’aiuto fondamentale di PIER FRANCESCO MINOZZI, l’ENIGMISTICA, la CRITTOGRAFIA e l’EMBLEMATICA.
Non si trattava solo di giochi poetici od eruditi ma di un sistema di trasmissione di messaggi da decodificare: lo si è visto in più punti.
Per chi si valeva così sottilmente di tal gioco, naturalmente, era poi facile partendo da queste elevate competenze crearsi un’infinità di PSEUDONIMI che gli permettessero di scrivere senza essere svelato, restando “in maschera” come allora si diceva, anche per non patire ritorsioni nocive da possibili rivali.
Ed ecco l’enigmatico Cornelio Aspasio Antivigilmi della Biblioteca Aprosiana, l’anagramma puro di “Angelico Aprosio Ventimiglia”, sotto le cui spoglie viene creato l’alter ego del frate, il discepolo od amico che ne descrive gesta ed opere: ma sono altresì noti lo Scipio Glareano de L’Occhiale Stritolato, il Masoto Galistoni de Il Vaglio Critico, il Carlo Galistoni de Il Buratto, il Sapricio Saprici della Sferza Poetica e dei due Veratro, l’Oldauro Scioppio de Le Bellezze della Belisa, lo Scipio Glareano de lo Scudo di Rinaldo e della Grillaia, il Gio Pietro Villani de la Visiera Alzata, il Paolo Genari di Scio de Le Vigilie del Capricorno (con la Pentecoste) .
Si può notare che, fatta eccezione per il Cornelio Aspasio Antivigilmi, mediamente Aprosio si valse quasi sempre degli stessi pseudonimi per opere di identica tipologia: polemiche, bibliografiche, erudite, di critica letteraria.
Si può al limite notare che usò lo stesso suo nome secolare Ludovico Aprosio per scritti esclusivamente tecnico-filologici come Della patria di Aulo Persio Flacco e le Le ore pomeridiane dal cui I libro fu peraltro “cavata” la dissertazione su Persio.

Ma Aprosio fu anche autore di SONETTI come quello SOPRA PROPOSTO per il quale usò il suo nome religioso seguito dal soprannome “P(adre) Angelico Aprosio Ventimiglia”.
E tuttavia nella Biblioteca Aprosiana… a p. 175, verso la fine, compare un altro pseudonimo, cioè Aliprando Goesio che come poi si verifica a p. 705 (indice) dello stesso repertorio, per stessa aprosiana ammissione, è definito “…N(ome) F(ittizio) dell’A(utore)…”.

Ed a questo punto vien anche da chiedersi quanti minimi scritti aprosiani siano finiti sotto questo o simili pseudonimi (sostanzialmente anagrammi impuri; nel caso “Aliprando Goesio” = “D. Aprosio Angelico”) e siano magari sfuggiti ai ricercatori: “nomi finti” soprattutto utilizzati in occasione di liriche da raccogliere in miscellanee o di brevi scritti accademici o nomi registrati in discussioni non privi di sale e per questo poco usati e rimasti indecifrati, nell’ottica del secolo e comunque nella costumanza aprosiana di dire mascherando talora i veri pensieri e la stessa identità (almeno per i non addetti ai lavori e i sicuramente amici!)
La seicentesca volontà di procedere in maschera fu così radicata che per molti anni ed in qualche caso mai i GRANDI REPERTORI BIBLIOGRAFICI DI OPERE ANONIME E/O PSEUDONIME hanno svelato chi si celasse sotto PSEUDONIMO: in merito ad APROSIO, che pure ne utilizzò un’opera in una sua polemica antidonnesca, un caso emblematico resta quello di ERNANDO TIVEGA alias ANDREA GENUZIO, la cui identità fu probabilmente nota all’agostiniano molti anni dopo averne culturalmente fruito!

All’Aprosio Lorenzo Crasso scrisse in una lettera del 12 dicembre 1660: “Per le mani del signor Giuseppe Battista riceverà le notizie del marchese di Villa e del Fontanella, e per quel poco che tocca al nome fittizio od anagrammatico di ERNANDO TIVEGA questo è ANDREA GENUZIO, autor del Diosino“.

Per esteso il titolo dell’opera, praticamente introvabile (un esemplare segnato A 45 2 18 presso la Biblioteca degli Oratoriani di Napoli) è SATIRA,/& ANTISATIRA/ Contro gli abbigliamenti de gli huomini, e delle donne./ D’ ERNANDO TIVEGA/ Gentil’huomo Napoletano./ Al Molto Illustre Sig./ D. FRANCESCO/ PISANO CARRAFA./[fregio]/ IN NAPOLI/ Nella Stampa Regia, 1640 (Lo stampatore è da ravvisare in EGIDIO LONGO dal 1620 circa erede della tipografia paterna e dal 1631 fatto “stampatore regio” (vedi L. Giustiniani, Saggio storico-critico sulla tipografia del Regno di Napoli, Napoli, Orsini, 1793, p. 177).
Sull’edizione critica di quest’opera vedi Andrea Genuzio, Satira ed antisatira, a c. di G. de Miranda, Minima, 58, Salerno editrice, Roma, 1997.
Del Genuzio l’opera più rilevante resta comunque il romanzo Del re’ Diosino d’Andrea Genutio Gentlhuomo Napolitano … All’Illustriss. Sig. mio … Francesco Vernier …, In Venetia : per Domenico Miloco, 1673 Descrizione fisica 562, [2] p. ; 12o

da Cultura-Barocca

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